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Anche in Italia sta prendendo sempre più spazio la gig economy, un modello economico dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative – il posto fisso con contratto a tempo indeterminato – ma si lavora on demand, cioè a richiesta.

Attraverso piattaforme e app dedicate vengono gestite online le relative domande e offerte. Gli italiani che collaborano in modo occasionale per queste app e piattaforme internet, sono tra i 700mila e il milione, circa il 1,8 – 2,6% della popolazione. Tra questi il 10% sono rider, coloro che si occupano delle consegne del cibo a domicilio.

Nella gig economy i lavoratori sono in proprio e non lavoratori subordinati, svolgono quindi attività temporanee : interinali, part-time, saltuarie. I settori maggiormente interessati sono : consegne a domicilio (come ad esempio Deliveroo e Foodora, per la consegna di pasti pronti), affitto temporaneo di camere (Airbnb), trasporti privati in alternativa ai taxi (Uber).

Tale tipologia di prestazioni lavorative non sono per tutti solo occupazioni occasionali che vanno ad aggiungersi all’impiego vero e proprio. Per alcuni, sono l’unica fonte di reddito, la cui retribuzione media lorda è pari a 12 euro all’ora. Il 70% di questi lavoratori occasionali ha un livello di istruzione che va dal diploma di liceo alla laurea, fino al master universitario. Una buona percentuale si dichiara piuttosto soddisfatto di questo lavoro, anche se vorrebbe lavorare di più.

 

 

Tiziana Biasion

Responsabile dello Studio Rossi, Consulente del Lavoro ed Amministratrice del personale di aziende italiane dislocate in Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e di multinazionali con headquarters nel Far East.

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